Rossano Turzo


sabato, maggio 31, 2003
 

L’Euro e i tacchini di Cantalupo

Sono tornati i centesimi ma quelli che ne valgono due non se ne sono mai andati. Quando ero guaglione sognavo di agguattarmi con una bella banconota da mille lire perché a casa mia non c’erano le lenzuola. Dormivo nel sacco di iuta della vrenna per i porci. Sopra ci avevo scritto: «Dio t’a…iuta». I soldi non li avevo mai visti. Quando ci serviva qualcosa pagavamo in natura: davamo in cambio il latte e i mazzafurri. Le foglie delle pannocchie me le fumavo io. Le usavo come fossero cartine. Dentro ci mettevo il trinciato forte che fregavo al muratore mentre lui era impegnato dentro la stalla con la cassuola di mia zia. Mio padre faceva finta di non vedere.

Ma una volta vide il muratore che metteva alcuni centesimi nel cemento delle fondazioni di una casa. Si faceva così per augurio di resistenza muraria. Una settimana dopo cadde la casa. Il muratore s’incazzò col manovale e il manovale, che aveva visto mio padre scavare sotto la casa in costruzione, se la prese con me perché mio padre era grosso come un luccio del lago di Occhito. Mi mandò da Vincenzo lu carnazziere a comprare due centesimi di «tuzz’ra bancone». Quando dissi ciò che volevo, Vincenzo mi acchiappò la capa e me la chiantò sul bancone per una trentina di volte. Poi si fregò i due centesimi che mi aveva dato Pascale il manovale. Tornai a casa rimbambito e incazzato. Mio padre era tutto contento per i centesimi che si era fregato sotto le fondazioni della casa. Io gli urlai: «Cattivo! Per due centesimi hai fatto cadere la casa!» Lui mi rispose: «Cretino! Per due centesimi io farei cadere a coss’ scacchiate pur’ nonneta». Nonna era morta da due mesi e stava con la fotografia sopra il caminetto. Quando papà disse quella frase, dalla cimminera cadde un magliocco di filima che si squacciò dentro al caldaro. La polenta diventò nera. Papà si mise paura e si inginocchiò. Poi, prese i due centesimi e mi mandò dal prete per far dire una messa a nonna. Il prete disse che con due centesimi ci appicciava la pippa. «Tua nonna sta al Purgatorio – disse -, con due centesimi la preghiera non arriva manco a Cantalupo».

Allora mi ripresi i due centesimi e andai a Cantalupo di persona. Entrai nella chiesa e chiesi perdono a nonna da parte di papà. «È tuo figlio – dissi -, perdonalo e riprendilo con te!» Ma nonna non mi ascoltò e lo lasciò con me ancora per molto tempo. Mi misi in tasca i due centesimi e me ne tornai a casa. Sulla via del ritorno incontrai due idioti che sembravano un gatto e una volpe, vestiti quasi come il cervo di Castelnuovo. «Bel bambino – mi dissero - lo sai che in quel campo se ci semini i soldi poi ne raccogli il doppio?» Io guardai il campo e vidi soltanto lupinella ed erba medica per le vacche. «Vabbuò – risposi – e allora chiantiamoci due centesimi p’ ddù!» Quei due coglioni ci credevano veramente che io ci avevo creduto. Scarciai una manciata di lupinella, chiantai quattro scarpate col tacco e misi dentro al fosso i miei due centesimi e i loro quattro. Poi feci finta di andarmene e anche loro, dalla parte opposta. Dietro un albero mi attaccai una frasca di spino alla cintura che mi pendeva dietro e toccava terra. Poi, cominciai a scappare verso di loro. Lo spino faceva un polverone pauroso. Gatto e Volpe vedevano che scappavo verso di loro e dietro di me c’era tutta quella polvere. «Scappate, scappate – urlavo – che arriva lu Uallarone». Quelli si misero paura e scapparono davanti a me. Mi fermai, scavai i sei centesimi e misi al loro posto una melanzana guasta con la scritta STUKAS. Coi sei centesimi mi ci comprai venti gazzose che mi abbottai la trippa per una settimana. Facevo i rutti a bocca larga e facevo scappare i tacchini. Ora mi ricordo mio padre e i tacchini con la stessa nostalgia. Come mi piacerebbe vedere mio padre alle prese con l’Euro. «Puzzat’ ittà lu sangh’ – direbbe – che cazz’ so st’ dullarun’?» Ma è arrivato tardi l’Euro, per papà. Tardi come tutte le cose della vita.

posted by TURZO | 31/05/2003 16:49 | commenti


mercoledì, maggio 28, 2003
 

Cristo si è fermato a Termoli

Asparagi e funghi erano la mia Primavera. I tartufi non li capiva nessuno, nemmeno a San Pietro Avellana. Per noi erano patane guaste. Se li mangiavano i cinghiali e a noi ci sembravano cretini, i cinghiali. Quando uscivano gli asparagi, però, in mezzo agli spini, noi ragazzi ci facevamo come a fio-fis dentro le rocchie per prenderli. Poi andavamo a fregare le uova dentro il pollaio di Ricuccio Ammullone e facevamo la frittata dentro una sartagna arruzzinita. Il mio amico più caro era Pasquale Imbruglia, il papà di Natalina. Lui appicciava il fuoco con la preta focaia e le ceppe del bosco di Colle Cureja. Ci abbottavamo la panza con la frittata di asparagi e quella era felicità.

Nel 1934 io avevo 13 anni e mi faceva ridere Mussolini perché somigliava a Michele Cuccalone che abitava vicino casa mia. Michele era famoso perché mangiava sempre i broccoli di rapa e faceva delle puzze impressionanti. Quando lanciava le sue sguoscie, la gente bestemmiava e se ne scappava. Mio padre diceva che Michele teneva le vudella guaste.

Io Mussolini lo avevo visto una volta sola, sopra l’etichetta di un barattolo di pummarole di Vincenzo Lu Sfraffato. Vincenzo era pittore e dipingeva i barattoli di conserva della moglie. Aveva fatto la faccia di Mussolini e sotto ci aveva scritto: «L’unico pelato buono è quello italiano». Don Alfonso Lu Lione, il parroco del mio paese che conosceva l’arte contemporanea del futuro, diceva che anche un pittore americano disegnava i pomodori e, così, Lu Sfraffato fu soprannominato Andy Uallera.

Per fare il ritratto di Mussolini, Vincenzo aveva usato Cuccalone come modello e questo, durante le pose, aveva lanciato certe strozzaserpe che si era guastata tutta la conserva. Alla fine Mussolini somigliava a Cuccalone e io li associavo. Così, ogni volta che sentivo nominare Mussolini mi scappava da ridere perché pensavo alle vescie gassose di Cuccalone. Mio padre mi diceva: «Zitto! Che ti danno l’olio di ricino!». Io non capivo ma un giorno, mentre ero sul balcone di casa, vidi in strada tre comunisti che avevano acchiappato uno di quelli che davano l’olio di ricino e lo riempivano di zampate e pugni. Mi fecero schifo tutti e quattro e così, dal balcone, gli pisciai addosso. Si incazzarono e cominciarono a minacciarmi. Io, dal balcone, recitai a memoria una poesia di D’Annunzio. Loro pensarono che io sapessi a memoria i discorsi del duce – non capivano una mazza – e così se ne andarono cantando Eia Eia Alalà. Da allora non mi sono mai schierato: né a destra, né a sinistra, né al centro. E quando qualcuno ha cercato di offendermi dicendomi «qualunquista», io ho risposto «vaffanculo!» e poi ho chiesto scusa alla poesia.

I giovani certe cose non le sanno perché Cristo si è fermato a Termoli. A Roma trecentomila persone sono rappresentate da una circoscrizione. Qua trecentomila persone hanno due province. Mario Di Nezza, che io ho conosciuto quando ero giovane, ha inventato la provincia di Isernia. Dalla provincia di Isernia molti tirano fuori i voti per prendere 16 milioni al mese, qualcuno qualcosa di più. Qualche tempo fa Mario Di Nezza ha detto che forse era il caso di mettere la Sovrintendenza a Isernia. Mo tutti vogliono la Sovrintendenza: il sindaco Cafaro per soprintendere al campo di calcio che aveva promesso ai guaglioni e il presidente della provincia Mauro per soprintendere ai campi di golf che teneva dentro il programma politico quando si è candidato. Quando è venuto Ciampi, Mario Di Nezza non l’hanno nemmeno invitato in Prefettura per il pranzo con il Presidente. Hanno invitato gli imprenditori che in Molise fanno il 2% dell’economia, il 98% lo fanno le pensioni d’invalidità.

Ecco perché a ottant’anni, con seicentomila lire di pensione al mese, dopo aver regalato otto anni di servizio militare allo Stato, quando sento parlare di Iorio-Di Stasi-Patriciello dico: «Ma iate a raddrizzare le banane all’Africa che non avete un po’ di riconoscenza!» E sarò pure qualunquista ma sono libero come un uccello della Papuasia, come a Cuccalone quando faceva le loffe, come a nu Crist’ che cammina sulle acque. E chessa è la giovinezza. Chessa è la Primavera.

posted by TURZO | 28/05/2003 07:05 | commenti


martedì, maggio 27, 2003
 

San Polo Matese

A San Polo l’aria sapeva di te

e del catrame caldo della strada.

A quel tempo amavo l’amore.

Poi l’età

e il tempo che passa

mi hanno insegnato ad odiare l’odio.

Per questo continuo ad amarti.

Chiamala maturità

ma io

non ho mai usato il coltello da cucina

per andare a raccogliere i funghi

e i funghi

erano velenosi come te

come quel vecchio

che mi urlava contro senza motivo.

Tu avevi la faccia

di un medicinale scaduto

ma San Polo era bello

come una nuvola portata dal vento.

La piazza mi avvolgeva,

le voci dei bambini

mi riportavano all’infanzia

quando mio padre mi tritava di mazzate.

E così, senza parole,

m’innamoravo di te.

posted by TURZO | 27/05/2003 16:09 | commenti
 

L’ignoranza e la diga di Chiauci
Quando ero guaglione non leggeva nessuno. Non c’erano nemmeno le insegne davanti ai negozi. Il macellaio si chiamava Carnazziere e il calzolaio Scarparo. Scarparo era anche uno che non faceva bene il suo mestiere. Perciò potevi incontrare anche un medico scarparo: c’era più democrazia. Sui muri c’era scritto DUX che per i guaglioni di oggi sarebbe DUPER, cioè non significherebbe niente A noi quella X, però, ci impressionava.
Io mi sforzavo di imparare e a a leggere e a scrivere perché mio padre analfabeta diceva che soltanto così potevo arricchirmi. Io mi sforzavo assai ma non avevo i libri. Mio padre me li faceva lui. Incollava, sui pezzi di compensato fogli di giornale che trovava per strada. E così i miei libri non avevano né capo e né coda. Cominciavano parlando della probabile visita del Re in Molise e finivano dopo una ventina di pagine con un articolo sulla diga di Chiauci. Sì, già dal 1939, quando io ero guaglione, si parlava della diga di Chiauci. Si diceva che dovevano mettere un tappo in culo a Monte Totila così che tutta Civitanova si doveva allagare. E da quel lago tutti avrebbero potuto mangiare pesci di acqua dolce. Poi non ne fece più niente perché all’epoca dove andavi a trovare lo zucchero per tutta quell’acqua? Dentro un Vangelo che avevo fregato al prete avevo letto del miracolo dei pani e dei pesci. Io mi sentivo in grado di ripeterlo e avevo tanta energia dentro di me che – ne sono ancora convinto – ci sarei riuscito. Ma chi te lo dava il pane da moltiplicare? E, soprattutto, chi te lo dava il pesce?
L’unico pesce che ho visto durante tutta la mia adolescenza – e qui non voglio essere volgare – fu la sardina di Pepp’ Ritt’ che una volta gli abbassarono i calzoni per farlo vergognare. Mia sorella si impressionò e non si è più sposata. Il prete si incazzò come un turrone di Benevento e predicò che certe cose portavano all’Inferno. In quel periodo stavo con la mia famiglia a Capracotta e quando in chiesa il prete parlava dell’Inferno la gente faceva Aaahhh! perché pensavano al fuoco. Che a Capracotta si ghiacciava la coccia pure a mezzogiorno quando faceva freddo.

Insomma, leggevo tutto quello che potevo leggere ma si trovavo poco perché nessuno sapeva scrivere. Quando i vecchi prendevano la pensione alla posta io mi mettevo in fila per vedere se qualcuno firmava con nome e cognome. Ma era difficile perché tutti mettevano la croce. Ecco perché, forse, mi faceva impressione la X di DUX, perché mi ricordava tutta quell’ignoranza dell’adolescenza. Ecco perché, pure adesso, mi dà fastidio quando qualcuno dice FAX o acciaio INOX. Quando sento FAX è come se chi lo dice non fosse capace di scrivere una lettera e mandarla per posta. Quando sento INOX è come se quello che lo dice tenesse ‘na coccia d’acciaio che non s’impara manco se cala Gesù. E rimane ignorante e si firma con X. Insomma, l’ignoranza mi ha sempre fatto paura. Ecco perché ho scritto tanti libri. L’ho fatto per il ricordo della carenza di pagine da leggere di quando ero bambino.
Quando vado alle feste patronali, pure adesso che tengo ottanta anni, mi accatto il musso di porco e la prima cosa che faccio leggo sulla carta che il mussaro ci mette dentro il musso. E leggo: «Per alimenti». E mi piace più quello che il musso. Che il musso dopo un po’ lo sputo ma la carta me la metto in tasca. Che non si sa mai.





posted by TURZO | 27/05/2003 16:07 | commenti