Rossano Turzo


lunedì, giugno 30, 2003
 

 

Colletorto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io ti aspettavo a fonte Cerasa

e tu invece andavi sotto alla torre.

Io ti cercavo a campo di fiori

e tu ti menavi al casale di Laureto.

Ma una sera ti acchiappai

a colle Crocella

e ti feci ualiare come a ‘na remma.

Tu mi volevi far fare la fine

di tuo marito

che torceva il collo

perché gli pesava la coccia.

Ma io capii subito

che sotto alla gonna

tu ci tenevi lu callarone,

che ci potevi cuocere le castagne

cott’e magnat’.

Me ne andai da Colletorto

e mi chiamarono emigrante.

Ma io, invece, fuggivo

perché è meglio assutt’ e vivo

che ‘mbuss’ e cu’ l’uocchie da fora.

posted by TURZO | 30/06/2003 06:49 | commenti (2)


sabato, giugno 28, 2003
 

 

La solidarietà di Turzo

I pirati informatici hanno attaccato Altro Molise. Hanno usato un ponte della Repubblica Ceca per lasciare materiale pornografico. Alla Repubblica Ceca, qualche mese fa, ci andò pure una delegazione della Regione ad appendere sei provoloni dentro a uno stend. A me queste cose mi fanno rivenire alla mente i ricordi di quando ero guaglione.

Pazziavo ai pirati con gli amici e anche noi ci avevamo uno cieco, nel senso che uno di noi faceva il pirata guercio. Si chiamava Mario lu Sgriviat’ e teneva una benda nera sopra a un occhio perché una volta disse al padre che voleva andare in vacanza per un paio d’ore alle Masserie di Cristo, vicino a Castel di Sangro, e il padre gli tirò una verzellina a man rovescia che l’occhio si appallottolò come a un birillo con la gomma intorno dentro al flipper.

Pazziavamo ai pirati con una bagnarola dentro al Trigno. Su un lato della bagnarola lu Sgriviat’ aveva scritto «Michele Iorio» che era il nome della nave. Ci imbarcavamo a Pescolanciano perché volevamo arrivare a Vasto e ci mettevamo sei giorni come quando oggi vuoi andare al mare a San Salvo. Lungo il percorso sconciavamo le coppie che facevano le cose zozze dietro alle canne e dentro a certe capanne sulla riva del fiume trovavamo i giornali pornografici dei figli di quelli ricchi se li potevano accattare.

Fernando lu Zuozz’ che faceva il timoniere, ogni volta che passavamo il ponte de lu Cecat’ diceva: «Questo è un altro Molise» perché cambiava la vegetazione e cominciava a sentirsi l’arsura dell’aria di mare. Ecco perché mi ricorda quello che è successo oggi. Sembra tutto lo stesso, solo che noi il materiale pornografico ce lo fregavamo. I pirati di oggi lo lasciano. Poi, noi con la bagnarola navigavamo e cercavamo di evitare la rete dei pescatori del Trigno. Questi di oggi navigano dentro alla rete.

Una volta ci finimmo pure noi dentro la rete di un pescatore di Fresagrandinara e gli facemmo scappare il pesce. Era una trota di otto chili che ci doveva sfamare la famiglia. Lu Zuozz’ si incapuzzò con la bagnarola dentro alla rete di quel povero Cristo e tira di là e tira di qua stoccò tutte le maglie, il pesce fece la fine di Saddam Hussein e il pisciaiuolo di Fresagrandinara si ritrovò dentr’all’acqua con la faccia appiccicata alla fiancata con il nome della barca. Quella scritta gli rimase così impressa che da allora vota sempre Iorio pure se sta all’Abruzzo.

posted by TURZO | 28/06/2003 20:41 | commenti (2)


giovedì, giugno 26, 2003
 

Colle dell'Orso

A Colle dell’Orso ci andavo alla festa della montagna. Quando le comunità montane facevano finta che ci avevano i soldi e si abbuffavano come i ramma ramma. Da Frosolone arrivavano le vernecchie: panini di qua, gettoni di presenza di là, porchetta che ti usciva dagli occhi, bancarelle iettate in mezzo alla via. Poi, alla comunità montana di Frosolone gli staccarono persino la luce che non pagava le bollette. Ogni volta che si parlava di comunità montana, Donato lu Curius’ diceva sempre: «l’Ente mente». Io ero piccolo, ero nu guaglione e non capivo. Mi sembrava che Donato diceva «Lentemente», come per dire in dialetto che bisognava andare piano. E ogni volta che diceva così io rallentavo i movimenti. Se stavo mettendo il vino nel bicchiere, rallentavo. Se mi stavo sedendo, rallentavo. Poi, quando sono diventato adulto ho capito perché la burocrazia è così lenta e perché Colle dell’Orso sta ancora in quelle condizioni. Che poi Colle dell’Orso si chiama così non perché prima ci stavano gli orsi ma perché ce l’hanno messo dopo, in una gabbia. Che è il primo esempio al mondo di un nome che ce lo mettono prima che diventa una cosa che deve tenere quel nome. È come se Campobasso prima lo chiamano così e poi gli tagliano le cosse per farlo diventare più basso. Io penso che le cosse bisogna tagliarcele prima di metterci il nome. Alla festa della montagna, Colle dell’Orso si riempiva di gente. Io mi incontravo con Pasquale Scassacazz’ di Civitanova che mi raccontava sempre la stessa cosa. Lo vedevo ogni anno alla stessa festa e mi diceva sempre la stessa cosa: che teneva paura della diga di Chiauci, che quando la riempivano poi se si schiattava allagava Civitanova. Io, ogni anno, lo rassicuravo e gli dicevo che prima che la facevano la diga di Chiauci, Civitanova se ne fosse caduta da sola come all’impero romano. Che passavano i secoli dei secoli. Poi, io e Pascal’ ci mettevamo a giocare al millenario, un gioco a quiz che facevano quelli della comunità montana che si chiamava così perché se rispondevi a tutte le mille domande vincevi mille lire. Pasquale, una volta, era arrivato a 999. Il presentatore, Camillo lu ricchion’, era tutto emozionato. La gente si era tutta avvicinata al palco che volevano vedere Pasquale che vinceva. «Allora, signor Pasquale – disse lu ricchion’ – rispondete all’ultima domanda: quale di questi nomi è il nome di un consigliere regionale comunista? Danese Di Mercoledì, Belga Di Giovedì, Franco Di Venerdì o Italo Di Sabato?» Pensa e pensa, Pasquale disse Franco Di Venerdì. Camillo acchiappò un provolone e glielo squacciò sulla testa. «E che cazzo!» disse. La gente se lo voleva mangiare. Io gli tirai una zampata allo stomaco che mi fece venire i nervi. Lui se ne scappò sul palo della cuccagna e vinse un chilo di scamorze. Quando scese dal palo, dopo tre giorni che se no la gente lo tritava di mazzate, chiese qual era la risposta giusta. Quando gli dissero che era Italo Di Sabato, si andò a fare la comunione all’eremita dell’Incoronata là vicino e giurò che avrebbe votato per sempre Michele Iorio.

posted by TURZO | 26/06/2003 08:52 | commenti (1)


mercoledì, giugno 25, 2003
 

Ancora Molise

 

 

 

 

 

 

 

 

Non so fare altro che guardare

in questi fossi di campagna

in quest’acqua mescolata alla terra

La mia infanzia è erba amara di paese

sassi lanciati all’infinito

corse inutili ed urlate

voci a chiamare

di vecchi dialettali

E freddo

nelle case rattoppate

nei muri, nelle crepe del soffitto

finanche nella brace del camino

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posted by TURZO | 25/06/2003 20:11 | commenti


mercoledì, giugno 18, 2003
 

Campobasso in treno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eccomi ancora a masticare ortica

per l’amarezza di tale appartenenza

che mi collega al mitico squallore

per mezzo di maniglie effe esse

 

Eppure canto, a volte, se non muoio

nei vagoni di una terra che mi oltraggia

mentre osservo l’iride imbecille

tra Cantalupo e il piano di Bojano

 

Alla stazione il grigio mi saluta

ed io m’inchino a lui – è un vecchio amico

L’edicolante ha il viso da lametta

col capo che si snoda. La gente ha fretta

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posted by TURZO | 18/06/2003 20:26 | commenti
 

Civitanova del Sannio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando veniva San Felice

alla fine dell’estate

mi compravo le nocelle alla bancarella

e mi sedevo sulla loggetta di Tony Le Querce.

 

Tutti dicevano «l’estate muore»

e a me mi scappava da piangere

perché quando muore qualcuno

io piango sempre.

 

Ogni volta che arrivavo a Civitanova

io non potevo fare a meno di chiedermi chi ero

era come se una forza superiore

mi costringesse a dire: «Turzo, chi sei?»

 

Sarà stata l’aria, l’acqua, le cotiche dentro ai fagioli

o forse la banda che suonava sopra alla cassa armonica

ma io, ogni volta che arrivavo a Civitanova

mi chiedevo dove andavo e da dove venivo

che cos’era la vita

che cos’era la morte

e chi cazzo aveva pensato

di pittare gialla e rossa la scuola comunale.

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posted by TURZO | 18/06/2003 06:14 | commenti (1)


martedì, giugno 17, 2003
 

I COMUNISTI IN MOLISE

Io ho conosciuto i comunisti. Pochi. Uno. Si chiamava Carrino Era di Macchiagodena e quando diceva le cose ti faceva arrizzare i peli. Era un vero comunista perché sapeva che cos’è la fatica. Nel senso che era uno che chiegava la sghina. Dopo di lui non ne ho visti più. Dopo di lui, in Molise, nessuno più ha chiegato la sghina. Tutti si sono accattati il motozappa ma dopo pochi mesi l’hanno rimesso dentro a lu funnach’ e là sta. Sono arrivate le pensioni di invalidità, le pensioni di anzianità, i posti alle poste, i posti alla regione, i posti alla provincia, in qualche comune hanno persino assunto un vigile urbano per il traffico delle pecore. E così è finita la transumanza e sul tratturo ci crescono le fafoglie. E come si fa ad essere comunisti in mezzo al benessere? Che poi non è benessere perché con mille euro al mese ci appicci la pippa. Ma ai molisani basta la pippa. Si accontentano e sono contenti di votare uno che va a fare il comunista alla regione, o uno che va a fare quello di sinistra al parlamento. Basta solo che lo dicono perché era brutto prima che tutti dicevano: «Siete democristiani» che sembrava una cosa brutta. Allora abbiamo inventato i democristiani che si mettono la maglietta dei comunisti e dicono che sono comunisti ma fanno i democristiani. Succedeva pure prima. Quando ero giovane tenevo un amico a Temennotte. Si chiamava Francisco lu Scuorpo. Siccome non gli avevano dato la pensione e teneva già trentacinque anni si incazzò e fece la sezione comunista di Temennotte. Tutti lo ignoravano. Solo da Conca Casale gli arrivò una cartolina di incoraggiamento. Conca Casale era l’unico posto dove si raggiungeva il quorum dei referendum. Insomma, tutti lo ignoravano ma lo ignoravano così tanto che lui si sentiva ignorante. Allora, per disperazione, si iscrisse alla democrazia cristiana e gli regalarono un diploma. Ma quando parlava si capiva che era un comunista perché bestemmiava e non poteva vedere i preti. Per migliorare si iscrisse alla scuola tibetana di Caccavone che durante la guerra aveva insegnato ai molisani a vivere felici con le patane. Imparò a non bestemmiare e a vedere nei preti degli uomini come noi. Così, per premiarlo, gli diedero una casa al bivio di Fornelli e lui passava il tempo a contare le macchine che andavano a Colli. Una volta, un turista lo vide alla finestra e gli chiese dove stava il lago di Castel San Vincenzo. Lui per rispondere, perse il conto delle macchine, si incazzò e schiattò il turista. E tutti dissero: «Ecco, chi nasce comunista non può morire democristiano». E da allora tutti votarono Iorio.

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posted by TURZO | 17/06/2003 07:37 | commenti


lunedì, giugno 16, 2003
 


Pescolanciano




Ho sentito parlare di te

da una vecchia di Pescolanciano

che faceva la calza

sotto al castello

e sputava ogni tre minuti.

Diceva che tu frizzicavi,

che sotto sotto

cocevi come il sole lione.

Io mi guardavo le femmine nude

sui giornali,

nel casello abbandonato,

e pensavo a te,

al tuo culo tondo

come la coccia di Monte Totila.

Mi piaceva quando guardavi

verso il sole

e ti cecavi e facevi le smorfie.

Ti seguivo e ti spiavo

quando andavi al fiume

dopo il passaggio a livello.

Mi piaceva guardarti da dietro le frasche.

Tu ti spogliavi e ti tuffavi

nell’acqua piena di girini.

Nuotavi come un delfino,

come una sirena

dell’ambulanza.

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posted by TURZO | 16/06/2003 07:42 | commenti


domenica, giugno 15, 2003
 

Monacilioni

 

 

 

 

 

 

 

 

Soppressata che mi usciva dagli occhi,

festa di paese e panza piena.

Tu eri bella e morbida.

 

Come una vaiassa,

muovevi i fianchi

al suono della banda di Sant’Agapito.

 

Pasquale Cianciullo, intanto,

sorreggeva il mio corpo,

barcollante di vino,

e la mia anima che correva da te.

 

Io menavo zampate ad un gatto

che mi pisciava sulle scarpe.

 

Tu,

ciotta come un popone di Bojano,

facevi la vergine di Monacilioni

e mi negavi l’amore.

 

Io urlavo alle montagne,

desolato come l’ufficio dell’Inps.

Cantavo il dolore e la disperazione,

come una scarpata di Colle dell’Orso.

Mi guardavo allo specchio

e mi odiavo.

L’amore era dentro di me.

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posted by TURZO | 15/06/2003 09:44 | commenti (1)


sabato, giugno 14, 2003
 

Roccamandolfi

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra me e te c’era Campitello

e io mi mangiavo le mani

per non poterti avere.

 

Senza di te

le nuvole di Roccamandolfi

sapevano di Cantalupo.

 

Raccoglievi le patate

tra i solchi di montagna

e sudavi come un’ascella africana.

 

Io ti amavo e inseguivo i tuoi occhi

mentre il prete ti confessava

e ti allontanava da me.

 

Mi sentivo un demonio

sotto a San Michele.

Mi sentivo un ruoccalone

di seconda mano,

una ruota di scorta sgonfia.

 

Senza di te

ero una bustina di tè

che non trovava l’acqua.

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posted by TURZO | 14/06/2003 20:25 | commenti


venerdì, giugno 13, 2003
 

Gesù di Castelmauro

Per me il Natale è davvero una festa. Sono nato il 25 dicembre del 1921. Veramente non fu un parto naturale né cesareo. Fu la levatrice a infilare la mano e a tirarmi fuori prendendomi per il pisello. Mia madre recitava in una compagnia teatrale di Castelmauro e quel giorno faceva la Madonna. Il regista Pasquale Sfraffaprete aveva pensato a tutto: un parto in diretta. Dovevo nascere in chiesa alla mezzanotte, in coincidenza con Gesù. Solo che io non ne sapevo niente e la chiesa era fredda. Tutto era pronto: i mandarini inzino ai re magi, la mirra che nessuno sapeva cos’era e così avevano messo il lardo squagliato in un barattolo di conserva, e il sagrestano con la corda della campana che doveva tirare mentre io uscivo come un Cristo di Castelmauro.

La mia famiglia non era di Castelmauro. Mio padre era un contadino di Larino e mia madre una musulmana di Ortona. Io nacqui a Castelmauro, in diretta, preso per il pisello dalla levatrice perché non volevo uscire. Tutto era pronto e io no. Il prete era nervoso come un ulivo di Venafro. «Cacciatelo fuori – disse – se no facciamo mattina!». Non mi ricordo niente di quel momento. Me lo hanno raccontato tante volte, però; ogni volta che mi sono riunito con la famiglia per pranzo di Natale.

Il Natale del 2001 mi ha portato ottanta anni suonati come le campane del sagrestano. I Natali che più ricordo sono quelli dell’adolescenza. A quattordici anni mio padre mi regalò una zappa, la mise sotto l’albero di Natale. Io avevo chiesto, nella lettera a Babbo Natale, le scarpette da pallone come quelle di Piola. Ma mio padre non sapeva leggere. Quando mi svegliai corsi immediatamente a vedere cosa c’era sotto l’albero. Vidi la zappa e mi emozionai. Mio padre se ne accorse e guardò negli occhi mia madre: «Hai visto – disse – stu guaglione è nato faticatore». Quando mi resi conto di cosa voleva dire zappare piansi tutto il giorno, tutto il giorno di Natale.

A Santo Stefano me ne scappai in Argentina. E lì potete immaginare che Natale si passa. Fa caldo come a Petacciato ad agosto e invece del panettone ri danno la bistecca di vacca con l’uva passa. Una volta ho passato il Natale a Rosario, da Franco lu Sdreus di Campomarino. Lui era partito nel 1908 ed è ancora vivo. In due mangiammo mezza vacca arrosto. L’altra metà se la mangiarono i figli, una trentina, con le mogli e i nipoti. Fu un Natale da circa duecento persone.

Nel periodo di Natale, durante la mia adolescenza, scannavano i porci. Ai bambini cadevano i capelli, rimanevano traumatizzati. Quando lo scannavano, il maiale urlava assai ed io mi mettevo paura. Invece gli uomini grossi si divertivano. Qualche volta il porco se ne scappava con il coltello nel collo e tutti lo inseguivano per le vie del paese. Io ero vegetariano perché la mia famiglia non poteva permettersi il porco. Mio padre diceva sempre: «Noi siamo persone civili, non uccidiamo i portci». Ma poi tirava il collo alle galline di Vincenzo Sgrizzalota che abitava vicino casa nostra. Io mi abbottavo la panza di cicoria e mi fumavo le glianne.

Il maestro ci faceva scrivere la poesia di Natale e, già da allora, ero un grande poeta incompreso. A otto anni ne scrissi una e la misi sotto il piatto di papà. Me la ricordo a memoria

Quando sciocca

la notte mi ammagliocco

come un sorgio che si ha preso il suo veleno

come un bufalo che ci ha male di panza

come un cuano sul binario e passa il treno

Se fa freddo non s’appiccia la candela

e mio padre già s’incazza col cerino

mentre mamma va alla messa, alla novena

nonno spara le sue puzze e beve vino

Ma oggi è Natale e sono felice

papà imbonne la polenta sull’alice

poco olio, poca carne, pochi dolci

poco pane alli cristiani

poca vrenna per li porci.

Per favore, caro papà

almeno oggi non astemà

porco giù, porco su

teniamoci buono almeno Gesù

Mio padre lesse la poesia e cominciò a piangere. Mia madre mi tirò un manrovescio: «Almeno a Natale, smettila con queste poesie. Lo farai morire questo pover’uomo! Mio padre piangeva ogni volta che trovava una mia poesia. Lui non sapeva niente dei poeti. Ricordava soltanto che il padre di Pascoli era stato ucciso a fucilate e pensava che tutti i padri dei poeti dovessero fare quella fine. per questo non voleva che io facessi il poeta.

Dopo pranzo venivano i parenti a giocare a tombola. Mio madre preparava le castagne sotto la coppa, due a testa. A me capitavano sempre quelle puzze e le mettevo calde calde sotto il culo di mia zia che, quando si sedeva, diceva «Ah! Che bella cosa!». A tombola vinceva sempre mio padre perché si prendeva la cartella con i numeri giusti. Non ce li avevamo tutti e quindi uscivano sempre gli stessi. Mio zio Adelmo, che mio padre chiamava «lu strunz», si aggliogliava vicino al caminetto e io menavo dentro al fuoco le castagne senza tagliarle. Una volta una scoppiò così forte che zio Adelmo si svegliò di soprassalto e mi tirò una zampata che andai a finire sopra al presepe e lo spaccai tutto quanto. Quando si finiva di giocare mia madre raccoglieva i fagioli che avevano usato per coprire i numeri e li metteva nella pignata. Era quello il pranzo di Santo Stefano.

Io me ne andavo sul balcone e tiravo le maglioccate di neve alla gente che passava. Una volta lo spazzino stava pisciando per sfregio vicino al portone di casa, proprio sotto il balcone e, mentre faceva le sue cose e usciva la nebbiolina dalla neve, io preparai un bel magliocco di neve con dentro un pezzo di vaso e da sopra glielo chiantai forte sulla testa. Lui urlò così forte che lo sentirono da dentro e mia madre corse alla porta. Quando aprì se lo trovò davanti con il coso da fuori e tutto pieno di sangue. «Scappa – urlò a mio padre – hann castrat’ lu scupin!» Mio padre scoprì tutto e mi tritò di mazzate. Me ne andai a dormire che già pensavo all’Epifania.

Tra il cinque e il sei gennaio aspettavo la Befana tutta la notte vicino al camino. L’aspettavo perché volevo riempirla di zampate. Ero incazzato nero perché non mi portava mai niente. Se non avessi trovato la poesia sarei diventato come Bin Laden o come ‘sti guagliuni che si croccano la droga.

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posted by TURZO | 13/06/2003 18:00 | commenti


giovedì, giugno 12, 2003
 


Carovilli




C’era Bacco nella piazza

ad osservarmi

ed io

desolato come un sarchiapone

mi mordevo un piede

per il mal d’amore.

Mancava un mese alla Tresca

e tu mi stracciavi

la cistifellea e l’anima;

i tuoi occhi erano lampi di bidone

quando il sole riflette

- chissà se il sole pensa! -

Nella piazza in discesa

che mi ricordava il Palio

mi ubriacai

come una gallina di Temennotte.

Qualcuno rideva,

un altro passò.

«Che ci ridi? – disse –

non vedi che questo è un uomo che soffre?»

E mi tirò una sfrascellata sui denti

con un bastone di sambuco.

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posted by TURZO | 12/06/2003 22:33 | commenti


mercoledì, giugno 11, 2003
 

Petacciato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ossi di recchia

sotto al muro rovinato

del giardino tuo.

Capperi rampicanti

che uscivano dai cavuti

e meloni sbracati sulla terra.

La calura mi aggliogliva

come una noce vicino al camino.

Mentre arrivava la papagna,

insieme al rumore delle macchine,

io mi menavo come un vitello

sopra una vecchia sdraio

e russavo da vero porco.

Poi, al risveglio,

spaccavo tre o quattro bottiglie di Peroni

e mettevo i cocci sul muro.

Così, per farci pazziare il poeta.

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posted by TURZO | 11/06/2003 22:41 | commenti


martedì, giugno 10, 2003
 

Il sindaco di Petrella Tifernina

Il 1949 fu un anno particolarmente impegnativo per me. Fu l’anno in cui venne istituita la Nato, la Germania fu divisa in due e fu proclamata la Reubblica Popolare Cinese con a capo Mao Tse-Tung. Io mi candidati sindaco a Petrella Tifernina con la lista «Zitt’ e ietta lu sangh!»

Nel comizio di chiusura della campagna elettorale, annunciai la volontà di un ritorno alla vita semplice e con meno comfort per tutto il paese, perché ero contro la globalizzazione. Cosimo Ruzzone, un signore che fin lì mi aveva sostenuto, mi schiarò il manico del bidente sul naso e il giorno dopo mi appicciò la lambretta. Io volevo parlare di democrazia. Lui mi disse: «Guarda che tra Turzo e Sturzo ci passa una esse grossa come a Santantonio!»

Nessuno comprese la mia proposta politica e presi zero voti. Zero voti: non ci potevo pensare. La cosa mi insospettì e dubitai persino di me stesso. «Rossano – mi dicevo – ma ti sei votato?» Mi voltai immediatamente e pensai ai brogli, come quelli della fenza quando s’impiccia. Decisi di far ricorso al Tap (Tribunale Amministrativo di Petrella) e combinai un casino. Dovettero conteggiare nuovamente tutte le schede. E tutti a smadonnare contro di me. I miei avvocati erano Ennio Colalillo e Umberto Mazzocco che in quella occasione si scambiarono i nomi per dimostrare che c’era stata qualche confusione. Il Tap aveva dato la sospensiva e a quei tempi la sospensiva era una cosa seria. Il mio avversario, neo-eletto sindaco, fu sospeso alle campane e lì rimase per tutto il procedimento di giudizio del mio ricorso.

Dopo venti giorni di lavoro sulle schede elettorali, venne rinvenuta la mia. C’era la croce sul mio nome e, accanto, una poesia che io non ricordavo. L’avevo scritta per FilomenaChinanzina, una contadina di Macchiagodena di cui mi ero invaghito. Il presidente di seggio, Ugo Faci Hambress, aveva fatto bene, dunque, a ritenerla nulla. I miei avvocati si incazzarono con me per la figuraccia. Colalillo mi dette una panzata sullo stomaco che respirai dopo due giorni. Mazzocco mi pizzicò sotto le ascelle. E non finì lì. Quando fecero scendere il sindaco dal campanile, perché la sospensiva non aveva più validità, questi mi fece acchiappare dal vice sindaco, Raguso lo spaccalena, e mi spaccò le unghie dei piedi con la vanga del segretario comunale di allora, Pasquale Urzone. Mi mandarono in esilio a Palata. E lì vi lascio immaginare come mi accolsero!

Da allora non ho più tentato di candidarmi, nonostante lo stimolo continuo di mio padre: «Se non ti metti in miezzo chiss du lu Comun’ non c’ mittono manco na lampadina innianz’ a la casa». Per evitare liti in famiglia, comprai con i miei soldi un lampione e lo sistemai davanti casa. Lo collegai alla rete pubblica e lo accesi. Mio padre era tutto contento: «Tu sci che putiv fa’ lu sinnaco!». Dopo due giorni mi arrestarono per furto di energia elettrica.

Nel carcere di Campobasso mi sistemarono in cella con quattro mafiosi: un capo, un vice, un cassiere e un segretario. Appena mi videro entrare si riunirono e decisero di farmi come la carne di porco prima di diventare salsiccia. Dicevano che la mia faccia era antipatica, che sembravo un vraggone.

Poi mi offrirono una possibilità di salvezza. Dovevo, però, obbedire alle loro richieste: dovevo candidarmi sindaco a Petrella Tifernina perché lì era stato mandato in confino un loro compare. Dovevo diventare sindaco e fare in modo che la permanenza del loro amico a Petrella fosse la più confortevole possibile. Avrebbero pensato loro a tutto: alla raccolta delle firme, alla campagna elettorale e al nome della lista. Doveva chiamarsi «Zompa, zompa, che pu’ t’ facem’ zumpà nu!» Rimasi un po’ imbarazzato alla richiesta. Loro non sapevano della mia passata esperienza di candidato a Petrella. Volevo racontargliela ma, appena dissi «Sentite…», il vice mi ammollò un occhio con una gomitata e il cassiere mi sputò nell’altro. Avevano già preparato le budella per insaccarmi quando la fortuna venne in mio aiuto. La porta della cella si aprì e un secondino mi tirò una manganellata in bocca. «Per te è finita – disse, vieni con noi! Volevo farmi il segno della croce ma «Tieni giù le mani – disse il terzino, quell’altro – e seguici!» e mi tirò una ginocchiata allo stomaco che mi passò l’ulcera.

Quando arrivia nel suo ufficio, il direttore del carcere mi prese a male parole. Mi disse che avevo vinto un concorso da bidello a Santa Croce di Magliano e che me ne dovevo andare subito. Volevo tornare in cella a prendere le mie cose: un mazzaforro di Jelsi che usavo come portafortuna e una boccetta di acqua del lago di Occhito che era il mio dopobarba. Ci ripensai e lasciai tutto ai miei compagni di cella. Partii senza rimpianti. Quando arrivai a Santa Croce di Magliano, cercai subito la scuola per iniziare la mia carriera di bidello. Ma quando vidi la faccia del preside me ne scappai in Argentina e da allora non sono più tornato fino al 1999.

posted by TURZO | 10/06/2003 18:35 | commenti (2)


lunedì, giugno 09, 2003
 

Ururi

A Felice Vuotto

caduto da cavallo

 

 

 

Dimmi che hai Felice

ti vedo orecchie a terra

più che un soldato in pace

mi sembri un tarpano in guerra

Un pezzo di rotaia

mi è entrato qui nell’occhio

e non ho bestemmiato

in te trovo conforto

I ti er, gi ti er, chi te muor…

Invece tua sorella

mi ha cotto da braciola

nel forno dell’amore

Ururi è tracchiulelle

è gnocchi, è sugo grasso

è bava di linguine

è come andare a spasso

Ururi è imprecazione

se l’auto si ferma

(a me è successo prima di arrivare,

la batteria ha cacciato un liquido giallo

che sembra urga di cane, lacca di gatto)

A Ururi mi son perso

Felice mi ha trovato

io ho trovato sua sorella

mi sono innamorato

A Ururi la sorella di Felice

mi ha lasciato

le stavo descrivendo la vetrina delle pompe funebri

non c’era più quando mi sono girato

A Ururi ci torno ogni tanto

a comprare il pane

con la nostalgia nel cuore

e, in fronte, la paura che si fermi la macchina.

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posted by TURZO | 09/06/2003 20:45 | commenti


domenica, giugno 08, 2003
 

L’ascesa a Monte Cacato

A Pasqua, mio padre l’uovo me lo dava sodo. Mia madre lo cuoceva alle sei di mattina, mio padre lo tingeva col carbone così che sembrasse di cioccolata. Era come quelli Kinder: nero fuori e bianco dentro, il tuorlo faceva la figura del coso giallo di plastica che ci sta dentro la sorpresa. Io me lo mangiavo che mi dava l’energia. I vicini di casa facevano la frittata di Pasqua con i funghi e le salsicce. Arrivava il profumo e io maledivo la miseria.

Poi andavo in chiesa a fare il chierichetto. Il prete scioglieva le campane che per due o tre giorni le aveva tenute attaccate. E si suonava soltanto la raganella che era una tavola con sopra altre due tavole appiccicate che tu le muovevi e faceva il rumore delle nacchere.

Il giorno dopo mi divertivo molto. A Pasquetta tutto il paese andava a fare la scampagnata. Mio padre bestemmiava: «Ma nu già ci stem’ in campagna. Addò cazz’ ema ì?» Però, poi, si caricava tutto sulle spalle e si partiva per Monte Cacato con tutti i parenti. Lì incontravamo tutti quelli che del paese. Ognuno lasciava il cane di guardia perché c’era qualche furbo che si andava a fregare le galline approfittando del pik-nik. I cani rimanevano soli tutto il giorno e quando si tornava a casa erano incazzati come le bestie.

Quel giorno tutti si ubriacavano e toccavano il culo alle mogli degli altri. Mio padre faceva il zozzo con la cugina di mamma, zia Pasquetta: «Vieni qua – diceva – che ti faccio gli auguri!» Ma mia zia non voleva: «Tocca l’onomastico di soreta!» rispondeva. Mamma, a seconda di come stava, lo guardava con amore oppure gli tirava in testa una lena che seriva per la brace dell’arrosto. Una volta gliela tirò così forte che gli spaccò la testa. Cominciò ad uscire tanto di quel sangue che mio zio lo raccoglieva per fare il sanguinaccio. Io mi misi a piangere. «Ma perché piangi – mi disse – pensi che tuo padre non sia un porco anche lui?»

Mio padre non riprendeva i sensi. Così andarono a chiamare il medico che stava sbracato sotto un albero. Si era fatto come una seccia austriaca, puzzava di vino di cantina come un sorcio croato. E dai piedi veniva una puzza di formaggio di pastori. Quando arrivò, guardò mio padre e disse: «È morto!» Io cominciai a correre e a piangere come chi vede il mare per la prima volta. Correvo, correvo. Quando tornai indietro trovai tutti che pregavano e mio padre che si croccava un bicchiere di vino. Mio zio disse: «Es, lu vì pat! E chi lu accid’». Corsi da lui e lo abbracciai. Lui mi scanzò e fece un rutto. Io so cos’è la resurrezione. Ecco perché mi piace Pasqua.

posted by TURZO | 08/06/2003 16:37 | commenti


sabato, giugno 07, 2003
 

 

 

Pettoranello

 

 

Lupinella che ci stava qua,

che mi faceva grattare le cosce;

ora le industrie e le macchine

di giovani operai.

Dopo il distributore lo sfascio

e dopo lo sfascio il bivio

che porta alla modernità.

Lì tu mi hai detto «ti amo»

mentre io spruzzavo l’acqua,

tergicristalli di qua e di là

sbrabuff, sbrabuff.

Io ricordo l’amore, Pettoranello

e il cartello

che diceva «Isernia 4 km».

Lontano la salita

che faceva buttare il sangue.

 

posted by TURZO | 07/06/2003 20:24 | commenti


venerdì, giugno 06, 2003
 

L’Università di Carunchio
Quando ero giovane io, mia madre mi mandò all’Università di Carunchio. Mi iscrissi a «Ergonomia del manico» perché volevo zappare la terra. Veramente, ero indeciso tra «Ergonomia» e «Scienze del controllo degli ovini» perché mi piaceva anche fare il pastore. Fu mio padre a decidere per me: «La terra la tì, l’ pecora no!» - disse; e mi tirò una randellata sull’anca che ancora cammino squascellato.

Il primo giorno di università rimasi un’ora fuori dall’edificio. Non sapevo se potevo o no aprire la porta. Ero timido. Quando mi decisi, mi arrivò un cazzotto in un occhio dal bidello che si teneva i pantaloni con l’altra mano: «Non vedi che c’è scritto WC?» - disse. Io pensavo che WC significasse «Viva Cannata»* e che quello fosse il Rettorato. Quando tornai a casa, mia madre notò l’occhio nero e corse subito dalla vicine: «Povero figlio! Tutto il giorno con il microsoft nell’occhio!» Così mia madre chiamava il microscopio. L’ho delusa! Sperava che io diventassi Bill Ghezz.

All’apertura dell’anno accademico arrivarono i goliardi di Larino e mi dissero: «Butta quest’uovo fresco addosso al rettore quando arriva. Se no, ti tritiamo di mazzate!» Io non avevo mai visto un uovo fresco. Così, quando arrivò il rettore, feci finta di lanciare l’uovo e, invece, lo ingoiai con tutto il guscio. Il magnifico rettore vide lo strano movimento della mia mano (sembrava un saluto fascista) e, senza capire, mi tirò una ginocchiata nello stomaco che ruppe l’uovo e mi fece svenire. «Non si saluta così il rettore!» - disse. Quando ripresi i sensi c’erano quelli di Larino che aspettavano. Mi fecero nero nero. C’era pure Stuokk di Bojano: mi tirava zampate alle ginocchia con certi scarponi duri come nu cocciatuost di Porto Cannone.

Mi lasciarono per terra senza forze, appeso alla spina dorsale come uno gnagnone di San Pietro Avellana. Mi riportarono a casa con il tre-ruote di Cosimino Stutappiccia. Rimasi a letto per quindici giorni, non mi muovevo più. Dissi a mio padre che forse era il caso di fare il passaggio di facoltà a «Scienze motorie». Mio padre non fu d’accordo: «Se vu fa’ ru meccanich’, t’ mann alla peteca d’ Filuccio Chiavinglese e no alla scola».

Il primo esame lo feci a Longano con la professoressa Buccia Onorata d’Orange. Mi cacciò fuori perché mi puzzavano i piedi. Rientrai con ude foglie di basilico nelle scarpe ma la puzza c’era ancora. Forse puzzavano a lei, i piedi. Presi ventinove. Mio padre voleva trenta e s’incazzò con la professoressa. Non potendo permettersi il viaggio a Longano per menarla, se la prese con me e mi rinchiuse nella stalla con il bue e l’asino che mi alitavano addosso. Cominciai a pensare di essere Gesù. Ebbi una crisi mistica e pensai di entrare in Seminario. Lo dissi a mio padre. «E scì – mi rispose – p’ semenà mo t’ mann alla scola! Te l’imparo io co z’ fa» e mi tirò un manrovescio che mi fece urlare come un rancaranca di Mafalda.

La tesi? Mi sono laureato con un lavoro dal titolo «Sessano: non è puzza di gassium ma di loffium». Dimostrai che l’alimentazione ricca di legumi provoca l’inquinamento dell’aria. Vinsi il premio Pmip della Società delle Scienze Occulte. Mio padre non si entusiasmò: «Queste schifezze le so fare pure io! disse e sparò una vroccola che fece impallidire tutti. Una puzza di ignoranza inondò l’aula magna dell’università ed io mi sentii come il figlio di Mario Merola nello «Zappatore». Mi inginocchiai per baciare le mani callose di mio padre ma lui mi tirò una scarpata in bocca così forte che mamma si è fatta una collanina con i miei denti. Fu allora che decisi di diventare poeta.

* Giovanni Cannata è il Magnifico Rettore dell’Università del Molise


posted by TURZO | 06/06/2003 20:36 | commenti


mercoledì, giugno 04, 2003
 


Carpinone




Quando la notte scendeva
a Carpinone
io mi sentivo poeta.
Michele, Orazio e Rittopelo
correvano in piazza
e pisciavano dietro il distributore;
Castello Caldora li osservava
placido come una lattina di Coca-Cola.
Orazio era un ragazzo di bottega
abbottava le gomme dei camion
e ci voleva così tanto fiato
che si spezzavano le bretelle.
Erano gli anni della guerra,
io mangiavo ghiande
come i porci.
Mio padre, invece,
se ne andava al ristorante
e mi diceva;
"Beato te che sei vegetariano,
non morirai mai!"
Erano gli anni della guerra
ed io già ti amavo.
Vivevo di ghiande e d'amore
di lappa lappa e radici
come un tibetano di Caccavone.
Ma, poi, in chiesa,
mi fregavo i soldi della questua di San Rocco
e l'anima tornava alla terra.

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posted by TURZO | 04/06/2003 12:08 | commenti