| Rossano Turzo |
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lunedì, giugno 30, 2003
Colletorto
Io ti aspettavo a fonte Cerasa e tu invece andavi sotto alla torre. Io ti cercavo a campo di fiori e tu ti menavi al casale di Laureto. Ma una sera ti acchiappai a colle Crocella e ti feci ualiare come a ‘na remma. Tu mi volevi far fare la fine di tuo marito che torceva il collo perché gli pesava la coccia. Ma io capii subito che sotto alla gonna tu ci tenevi lu callarone, che ci potevi cuocere le castagne cott’e magnat’. Me ne andai da Colletorto e mi chiamarono emigrante. Ma io, invece, fuggivo perché è meglio assutt’ e vivo che ‘mbuss’ e cu’ l’uocchie da fora. posted by TURZO |
30/06/2003 06:49 | commenti (2)
sabato, giugno 28, 2003
La solidarietà di Turzo
Pazziavo ai pirati con gli amici e anche noi ci avevamo uno cieco, nel senso che uno di noi faceva il pirata guercio. Si chiamava Mario lu Sgriviat’ e teneva una benda nera sopra a un occhio perché una volta disse al padre che voleva andare in vacanza per un paio d’ore alle Masserie di Cristo, vicino a Castel di Sangro, e il padre gli tirò una verzellina a man rovescia che l’occhio si appallottolò come a un birillo con la gomma intorno dentro al flipper. Pazziavamo ai pirati con una bagnarola dentro al Trigno. Su un lato della bagnarola lu Sgriviat’ aveva scritto «Michele Iorio» che era il nome della nave. Ci imbarcavamo a Pescolanciano perché volevamo arrivare a Vasto e ci mettevamo sei giorni come quando oggi vuoi andare al mare a San Salvo. Lungo il percorso sconciavamo le coppie che facevano le cose zozze dietro alle canne e dentro a certe capanne sulla riva del fiume trovavamo i giornali pornografici dei figli di quelli ricchi se li potevano accattare. Fernando lu Zuozz’ che faceva il timoniere, ogni volta che passavamo il ponte de lu Cecat’ diceva: «Questo è un altro Molise» perché cambiava la vegetazione e cominciava a sentirsi l’arsura dell’aria di mare. Ecco perché mi ricorda quello che è successo oggi. Sembra tutto lo stesso, solo che noi il materiale pornografico ce lo fregavamo. I pirati di oggi lo lasciano. Poi, noi con la bagnarola navigavamo e cercavamo di evitare la rete dei pescatori del Trigno. Questi di oggi navigano dentro alla rete. Una volta ci finimmo pure noi dentro la rete di un pescatore di Fresagrandinara e gli facemmo scappare il pesce. Era una trota di otto chili che ci doveva sfamare la famiglia. Lu Zuozz’ si incapuzzò con la bagnarola dentro alla rete di quel povero Cristo e tira di là e tira di qua stoccò tutte le maglie, il pesce fece la fine di Saddam Hussein e il pisciaiuolo di Fresagrandinara si ritrovò dentr’all’acqua con la faccia appiccicata alla fiancata con il nome della barca. Quella scritta gli rimase così impressa che da allora vota sempre Iorio pure se sta all’Abruzzo. posted by TURZO |
28/06/2003 20:41 | commenti (2)
giovedì, giugno 26, 2003 Colle dell'Orso
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26/06/2003 08:52 | commenti (1)
mercoledì, giugno 25, 2003 Ancora Molise
Non so fare altro che guardare in questi fossi di campagna in quest’acqua mescolata alla terra La mia infanzia è erba amara di paese sassi lanciati all’infinito corse inutili ed urlate voci a chiamare di vecchi dialettali E freddo nelle case rattoppate nei muri, nelle crepe del soffitto finanche nella brace del camino __________________________ posted by TURZO |
25/06/2003 20:11 | commenti
mercoledì, giugno 18, 2003 Campobasso in treno
Eccomi ancora a masticare ortica per l’amarezza di tale appartenenza che mi collega al mitico squallore per mezzo di maniglie effe esse Eppure canto, a volte, se non muoio nei vagoni di una terra che mi oltraggia mentre osservo l’iride imbecille tra Cantalupo e il piano di Bojano Alla stazione il grigio mi saluta ed io m’inchino a lui – è un vecchio amico L’edicolante ha il viso da lametta col capo che si snoda. La gente ha fretta ______________________________________ posted by TURZO |
18/06/2003 20:26 | commenti
Civitanova del Sannio
Quando veniva San Felice alla fine dell’estate mi compravo le nocelle alla bancarella e mi sedevo sulla loggetta di Tony Le Querce. Tutti dicevano «l’estate muore» e a me mi scappava da piangere perché quando muore qualcuno io piango sempre. Ogni volta che arrivavo a Civitanova io non potevo fare a meno di chiedermi chi ero era come se una forza superiore mi costringesse a dire: «Turzo, chi sei?» Sarà stata l’aria, l’acqua, le cotiche dentro ai fagioli o forse la banda che suonava sopra alla cassa armonica ma io, ogni volta che arrivavo a Civitanova mi chiedevo dove andavo e da dove venivo che cos’era la vita che cos’era la morte e chi cazzo aveva pensato di pittare gialla e rossa la scuola comunale. ________________________________ posted by TURZO |
18/06/2003 06:14 | commenti (1)
martedì, giugno 17, 2003 I COMUNISTI IN MOLISE
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17/06/2003 07:37 | commenti
lunedì, giugno 16, 2003
da una vecchia di Pescolanciano che faceva la calza sotto al castello e sputava ogni tre minuti. Diceva che tu frizzicavi, che sotto sotto cocevi come il sole lione. Io mi guardavo le femmine nude sui giornali, nel casello abbandonato, e pensavo a te, al tuo culo tondo come la coccia di Monte Totila. Mi piaceva quando guardavi verso il sole e ti cecavi e facevi le smorfie. Ti seguivo e ti spiavo quando andavi al fiume dopo il passaggio a livello. Mi piaceva guardarti da dietro le frasche. Tu ti spogliavi e ti tuffavi nell’acqua piena di girini. Nuotavi come un delfino, come una sirena dell’ambulanza. _______________________________ posted by TURZO |
16/06/2003 07:42 | commenti
domenica, giugno 15, 2003 Monacilioni
Soppressata che mi usciva dagli occhi, festa di paese e panza piena. Tu eri bella e morbida. Come una vaiassa, muovevi i fianchi al suono della banda di Sant’Agapito. Pasquale Cianciullo, intanto, sorreggeva il mio corpo, barcollante di vino, e la mia anima che correva da te. Io menavo zampate ad un gatto che mi pisciava sulle scarpe. Tu, ciotta come un popone di Bojano, facevi la vergine di Monacilioni e mi negavi l’amore. Io urlavo alle montagne, desolato come l’ufficio dell’Inps. Cantavo il dolore e la disperazione, come una scarpata di Colle dell’Orso. Mi guardavo allo specchio e mi odiavo. L’amore era dentro di me. __________________________________
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15/06/2003 09:44 | commenti (1)
sabato, giugno 14, 2003 Roccamandolfi
Tra me e te c’era Campitello e io mi mangiavo le mani per non poterti avere. Senza di te le nuvole di Roccamandolfi sapevano di Cantalupo. Raccoglievi le patate tra i solchi di montagna e sudavi come un’ascella africana. Io ti amavo e inseguivo i tuoi occhi mentre il prete ti confessava e ti allontanava da me. Mi sentivo un demonio sotto a San Michele. Mi sentivo un ruoccalone di seconda mano, una ruota di scorta sgonfia. Senza di te ero una bustina di tè che non trovava l’acqua. ________________________________
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14/06/2003 20:25 | commenti
venerdì, giugno 13, 2003 Gesù di Castelmauro
La mia famiglia non era di Castelmauro. Mio padre era un contadino di Larino e mia madre una musulmana di Ortona. Io nacqui a Castelmauro, in diretta, preso per il pisello dalla levatrice perché non volevo uscire. Tutto era pronto e io no. Il prete era nervoso come un ulivo di Venafro. «Cacciatelo fuori – disse – se no facciamo mattina!». Non mi ricordo niente di quel momento. Me lo hanno raccontato tante volte, però; ogni volta che mi sono riunito con la famiglia per pranzo di Natale. Il Natale del 2001 mi ha portato ottanta anni suonati come le campane del sagrestano. I Natali che più ricordo sono quelli dell’adolescenza. A quattordici anni mio padre mi regalò una zappa, la mise sotto l’albero di Natale. Io avevo chiesto, nella lettera a Babbo Natale, le scarpette da pallone come quelle di Piola. Ma mio padre non sapeva leggere. Quando mi svegliai corsi immediatamente a vedere cosa c’era sotto l’albero. Vidi la zappa e mi emozionai. Mio padre se ne accorse e guardò negli occhi mia madre: «Hai visto – disse – stu guaglione è nato faticatore». Quando mi resi conto di cosa voleva dire zappare piansi tutto il giorno, tutto il giorno di Natale. A Santo Stefano me ne scappai in Argentina. E lì potete immaginare che Natale si passa. Fa caldo come a Petacciato ad agosto e invece del panettone ri danno la bistecca di vacca con l’uva passa. Una volta ho passato il Natale a Rosario, da Franco lu Sdreus di Campomarino. Lui era partito nel 1908 ed è ancora vivo. In due mangiammo mezza vacca arrosto. L’altra metà se la mangiarono i figli, una trentina, con le mogli e i nipoti. Fu un Natale da circa duecento persone. Nel periodo di Natale, durante la mia adolescenza, scannavano i porci. Ai bambini cadevano i capelli, rimanevano traumatizzati. Quando lo scannavano, il maiale urlava assai ed io mi mettevo paura. Invece gli uomini grossi si divertivano. Qualche volta il porco se ne scappava con il coltello nel collo e tutti lo inseguivano per le vie del paese. Io ero vegetariano perché la mia famiglia non poteva permettersi il porco. Mio padre diceva sempre: «Noi siamo persone civili, non uccidiamo i portci». Ma poi tirava il collo alle galline di Vincenzo Sgrizzalota che abitava vicino casa nostra. Io mi abbottavo la panza di cicoria e mi fumavo le glianne. Il maestro ci faceva scrivere la poesia di Natale e, già da allora, ero un grande poeta incompreso. A otto anni ne scrissi una e la misi sotto il piatto di papà. Me la ricordo a memoria Quando sciocca la notte mi ammagliocco come un sorgio che si ha preso il suo veleno come un bufalo che ci ha male di panza come un cuano sul binario e passa il treno Se fa freddo non s’appiccia la candela e mio padre già s’incazza col cerino mentre mamma va alla messa, alla novena nonno spara le sue puzze e beve vino Ma oggi è Natale e sono felice papà imbonne la polenta sull’alice poco olio, poca carne, pochi dolci poco pane alli cristiani poca vrenna per li porci. Per favore, caro papà almeno oggi non astemà porco giù, porco su teniamoci buono almeno Gesù Mio padre lesse la poesia e cominciò a piangere. Mia madre mi tirò un manrovescio: «Almeno a Natale, smettila con queste poesie. Lo farai morire questo pover’uomo! Mio padre piangeva ogni volta che trovava una mia poesia. Lui non sapeva niente dei poeti. Ricordava soltanto che il padre di Pascoli era stato ucciso a fucilate e pensava che tutti i padri dei poeti dovessero fare quella fine. per questo non voleva che io facessi il poeta. Dopo pranzo venivano i parenti a giocare a tombola. Mio madre preparava le castagne sotto la coppa, due a testa. A me capitavano sempre quelle puzze e le mettevo calde calde sotto il culo di mia zia che, quando si sedeva, diceva «Ah! Che bella cosa!». A tombola vinceva sempre mio padre perché si prendeva la cartella con i numeri giusti. Non ce li avevamo tutti e quindi uscivano sempre gli stessi. Mio zio Adelmo, che mio padre chiamava «lu strunz», si aggliogliava vicino al caminetto e io menavo dentro al fuoco le castagne senza tagliarle. Una volta una scoppiò così forte che zio Adelmo si svegliò di soprassalto e mi tirò una zampata che andai a finire sopra al presepe e lo spaccai tutto quanto. Quando si finiva di giocare mia madre raccoglieva i fagioli che avevano usato per coprire i numeri e li metteva nella pignata. Era quello il pranzo di Santo Stefano. Io me ne andavo sul balcone e tiravo le maglioccate di neve alla gente che passava. Una volta lo spazzino stava pisciando per sfregio vicino al portone di casa, proprio sotto il balcone e, mentre faceva le sue cose e usciva la nebbiolina dalla neve, io preparai un bel magliocco di neve con dentro un pezzo di vaso e da sopra glielo chiantai forte sulla testa. Lui urlò così forte che lo sentirono da dentro e mia madre corse alla porta. Quando aprì se lo trovò davanti con il coso da fuori e tutto pieno di sangue. «Scappa – urlò a mio padre – hann castrat’ lu scupin!» Mio padre scoprì tutto e mi tritò di mazzate. Me ne andai a dormire che già pensavo all’Epifania. Tra il cinque e il sei gennaio aspettavo la Befana tutta la notte vicino al camino. L’aspettavo perché volevo riempirla di zampate. Ero incazzato nero perché non mi portava mai niente. Se non avessi trovato la poesia sarei diventato come Bin Laden o come ‘sti guagliuni che si croccano la droga. ______________________________
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13/06/2003 18:00 | commenti
giovedì, giugno 12, 2003
ad osservarmi ed io desolato come un sarchiapone mi mordevo un piede per il mal d’amore. Mancava un mese alla Tresca e tu mi stracciavi la cistifellea e l’anima; i tuoi occhi erano lampi di bidone quando il sole riflette - chissà se il sole pensa! - Nella piazza in discesa che mi ricordava il Palio mi ubriacai come una gallina di Temennotte. Qualcuno rideva, un altro passò. «Che ci ridi? – disse – non vedi che questo è un uomo che soffre?» E mi tirò una sfrascellata sui denti con un bastone di sambuco. ____________________________________ posted by TURZO |
12/06/2003 22:33 | commenti
mercoledì, giugno 11, 2003 Petacciato
Ossi di recchia sotto al muro rovinato del giardino tuo. Capperi rampicanti che uscivano dai cavuti e meloni sbracati sulla terra. La calura mi aggliogliva come una noce vicino al camino. Mentre arrivava la papagna, insieme al rumore delle macchine, io mi menavo come un vitello sopra una vecchia sdraio e russavo da vero porco. Poi, al risveglio, spaccavo tre o quattro bottiglie di Peroni e mettevo i cocci sul muro. Così, per farci pazziare il poeta. ____________________________________________
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11/06/2003 22:41 | commenti
martedì, giugno 10, 2003 Il sindaco di Petrella Tifernina
Nel comizio di chiusura della campagna elettorale, annunciai la volontà di un ritorno alla vita semplice e con meno comfort per tutto il paese, perché ero contro la globalizzazione. Cosimo Ruzzone, un signore che fin lì mi aveva sostenuto, mi schiarò il manico del bidente sul naso e il giorno dopo mi appicciò la lambretta. Io volevo parlare di democrazia. Lui mi disse: «Guarda che tra Turzo e Sturzo ci passa una esse grossa come a Santantonio!» Nessuno comprese la mia proposta politica e presi zero voti. Zero voti: non ci potevo pensare. La cosa mi insospettì e dubitai persino di me stesso. «Rossano – mi dicevo – ma ti sei votato?» Mi voltai immediatamente e pensai ai brogli, come quelli della fenza quando s’impiccia. Decisi di far ricorso al Tap (Tribunale Amministrativo di Petrella) e combinai un casino. Dovettero conteggiare nuovamente tutte le schede. E tutti a smadonnare contro di me. I miei avvocati erano Ennio Colalillo e Umberto Mazzocco che in quella occasione si scambiarono i nomi per dimostrare che c’era stata qualche confusione. Il Tap aveva dato la sospensiva e a quei tempi la sospensiva era una cosa seria. Il mio avversario, neo-eletto sindaco, fu sospeso alle campane e lì rimase per tutto il procedimento di giudizio del mio ricorso. Dopo venti giorni di lavoro sulle schede elettorali, venne rinvenuta la mia. C’era la croce sul mio nome e, accanto, una poesia che io non ricordavo. L’avevo scritta per FilomenaChinanzina, una contadina di Macchiagodena di cui mi ero invaghito. Il presidente di seggio, Ugo Faci Hambress, aveva fatto bene, dunque, a ritenerla nulla. I miei avvocati si incazzarono con me per la figuraccia. Colalillo mi dette una panzata sullo stomaco che respirai dopo due giorni. Mazzocco mi pizzicò sotto le ascelle. E non finì lì. Quando fecero scendere il sindaco dal campanile, perché la sospensiva non aveva più validità, questi mi fece acchiappare dal vice sindaco, Raguso lo spaccalena, e mi spaccò le unghie dei piedi con la vanga del segretario comunale di allora, Pasquale Urzone. Mi mandarono in esilio a Palata. E lì vi lascio immaginare come mi accolsero! Da allora non ho più tentato di candidarmi, nonostante lo stimolo continuo di mio padre: «Se non ti metti in miezzo chiss du lu Comun’ non c’ mittono manco na lampadina innianz’ a la casa». Per evitare liti in famiglia, comprai con i miei soldi un lampione e lo sistemai davanti casa. Lo collegai alla rete pubblica e lo accesi. Mio padre era tutto contento: «Tu sci che putiv fa’ lu sinnaco!». Dopo due giorni mi arrestarono per furto di energia elettrica.
Poi mi offrirono una possibilità di salvezza. Dovevo, però, obbedire alle loro richieste: dovevo candidarmi sindaco a Petrella Tifernina perché lì era stato mandato in confino un loro compare. Dovevo diventare sindaco e fare in modo che la permanenza del loro amico a Petrella fosse la più confortevole possibile. Avrebbero pensato loro a tutto: alla raccolta delle firme, alla campagna elettorale e al nome della lista. Doveva chiamarsi «Zompa, zompa, che pu’ t’ facem’ zumpà nu!» Rimasi un po’ imbarazzato alla richiesta. Loro non sapevano della mia passata esperienza di candidato a Petrella. Volevo racontargliela ma, appena dissi «Sentite…», il vice mi ammollò un occhio con una gomitata e il cassiere mi sputò nell’altro. Avevano già preparato le budella per insaccarmi quando la fortuna venne in mio aiuto. La porta della cella si aprì e un secondino mi tirò una manganellata in bocca. «Per te è finita – disse, vieni con noi! Volevo farmi il segno della croce ma «Tieni giù le mani – disse il terzino, quell’altro – e seguici!» e mi tirò una ginocchiata allo stomaco che mi passò l’ulcera. Quando arrivia nel suo ufficio, il direttore del carcere mi prese a male parole. Mi disse che avevo vinto un concorso da bidello a Santa Croce di Magliano e che me ne dovevo andare subito. Volevo tornare in cella a prendere le mie cose: un mazzaforro di Jelsi che usavo come portafortuna e una boccetta di acqua del lago di Occhito che era il mio dopobarba. Ci ripensai e lasciai tutto ai miei compagni di cella. Partii senza rimpianti. Quando arrivai a Santa Croce di Magliano, cercai subito la scuola per iniziare la mia carriera di bidello. Ma quando vidi la faccia del preside me ne scappai in Argentina e da allora non sono più tornato fino al 1999. posted by TURZO |
10/06/2003 18:35 | commenti (2)
lunedì, giugno 09, 2003 Ururi
A Felice Vuotto caduto da cavallo
Dimmi che hai Felice ti vedo orecchie a terra più che un soldato in pace mi sembri un tarpano in guerra Un pezzo di rotaia mi è entrato qui nell’occhio e non ho bestemmiato in te trovo conforto I ti er, gi ti er, chi te muor… Invece tua sorella mi ha cotto da braciola nel forno dell’amore Ururi è tracchiulelle è gnocchi, è sugo grasso è bava di linguine è come andare a spasso Ururi è imprecazione se l’auto si ferma (a me è successo prima di arrivare, la batteria ha cacciato un liquido giallo che sembra urga di cane, lacca di gatto) A Ururi mi son perso Felice mi ha trovato io ho trovato sua sorella mi sono innamorato A Ururi la sorella di Felice mi ha lasciato le stavo descrivendo la vetrina delle pompe funebri non c’era più quando mi sono girato A Ururi ci torno ogni tanto a comprare il pane con la nostalgia nel cuore e, in fronte, la paura che si fermi la macchina. __________________________________________ posted by TURZO |
09/06/2003 20:45 | commenti
domenica, giugno 08, 2003 L’ascesa a Monte Cacato
Poi andavo in chiesa a fare il chierichetto. Il prete scioglieva le campane che per due o tre giorni le aveva tenute attaccate. E si suonava soltanto la raganella che era una tavola con sopra altre due tavole appiccicate che tu le muovevi e faceva il rumore delle nacchere. Il giorno dopo mi divertivo molto. A Pasquetta tutto il paese andava a fare la scampagnata. Mio padre bestemmiava: «Ma nu già ci stem’ in campagna. Addò cazz’ ema ì?» Però, poi, si caricava tutto sulle spalle e si partiva per Monte Cacato con tutti i parenti. Lì incontravamo tutti quelli che del paese. Ognuno lasciava il cane di guardia perché c’era qualche furbo che si andava a fregare le galline approfittando del pik-nik. I cani rimanevano soli tutto il giorno e quando si tornava a casa erano incazzati come le bestie. Quel giorno tutti si ubriacavano e toccavano il culo alle mogli degli altri. Mio padre faceva il zozzo con la cugina di mamma, zia Pasquetta: «Vieni qua – diceva – che ti faccio gli auguri!» Ma mia zia non voleva: «Tocca l’onomastico di soreta!» rispondeva. Mamma, a seconda di come stava, lo guardava con amore oppure gli tirava in testa una lena che seriva per la brace dell’arrosto. Una volta gliela tirò così forte che gli spaccò la testa. Cominciò ad uscire tanto di quel sangue che mio zio lo raccoglieva per fare il sanguinaccio. Io mi misi a piangere. «Ma perché piangi – mi disse – pensi che tuo padre non sia un porco anche lui?» Mio padre non riprendeva i sensi. Così andarono a chiamare il medico che stava sbracato sotto un albero. Si era fatto come una seccia austriaca, puzzava di vino di cantina come un sorcio croato. E dai piedi veniva una puzza di formaggio di pastori. Quando arrivò, guardò mio padre e disse: «È morto!» Io cominciai a correre e a piangere come chi vede il mare per la prima volta. Correvo, correvo. Quando tornai indietro trovai tutti che pregavano e mio padre che si croccava un bicchiere di vino. Mio zio disse: «Es, lu vì pat! E chi lu accid’». Corsi da lui e lo abbracciai. Lui mi scanzò e fece un rutto. Io so cos’è la resurrezione. Ecco perché mi piace Pasqua. posted by TURZO |
08/06/2003 16:37 | commenti
sabato, giugno 07, 2003
Pettoranello
Lupinella che ci stava qua, che mi faceva grattare le cosce; ora le industrie e le macchine di giovani operai. Dopo il distributore lo sfascio e dopo lo sfascio il bivio che porta alla modernità. Lì tu mi hai detto «ti amo» mentre io spruzzavo l’acqua, tergicristalli di qua e di là sbrabuff, sbrabuff. Io ricordo l’amore, Pettoranello e il cartello che diceva «Isernia 4 km». Lontano la salita che faceva buttare il sangue.
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07/06/2003 20:24 | commenti
venerdì, giugno 06, 2003
Il primo giorno di università rimasi un’ora fuori dall’edificio. Non sapevo se potevo o no aprire la porta. Ero timido. Quando mi decisi, mi arrivò un cazzotto in un occhio dal bidello che si teneva i pantaloni con l’altra mano: «Non vedi che c’è scritto WC?» - disse. Io pensavo che WC significasse «Viva Cannata»* e che quello fosse il Rettorato. Quando tornai a casa, mia madre notò l’occhio nero e corse subito dalla vicine: «Povero figlio! Tutto il giorno con il microsoft nell’occhio!» Così mia madre chiamava il microscopio. L’ho delusa! Sperava che io diventassi Bill Ghezz. All’apertura dell’anno accademico arrivarono i goliardi di Larino e mi dissero: «Butta quest’uovo fresco addosso al rettore quando arriva. Se no, ti tritiamo di mazzate!» Io non avevo mai visto un uovo fresco. Così, quando arrivò il rettore, feci finta di lanciare l’uovo e, invece, lo ingoiai con tutto il guscio. Il magnifico rettore vide lo strano movimento della mia mano (sembrava un saluto fascista) e, senza capire, mi tirò una ginocchiata nello stomaco che ruppe l’uovo e mi fece svenire. «Non si saluta così il rettore!» - disse. Quando ripresi i sensi c’erano quelli di Larino che aspettavano. Mi fecero nero nero. C’era pure Stuokk di Bojano: mi tirava zampate alle ginocchia con certi scarponi duri come nu cocciatuost di Porto Cannone. Mi lasciarono per terra senza forze, appeso alla spina dorsale come uno gnagnone di San Pietro Avellana. Mi riportarono a casa con il tre-ruote di Cosimino Stutappiccia. Rimasi a letto per quindici giorni, non mi muovevo più. Dissi a mio padre che forse era il caso di fare il passaggio di facoltà a «Scienze motorie». Mio padre non fu d’accordo: «Se vu fa’ ru meccanich’, t’ mann alla peteca d’ Filuccio Chiavinglese e no alla scola». Il primo esame lo feci a Longano con la professoressa Buccia Onorata d’Orange. Mi cacciò fuori perché mi puzzavano i piedi. Rientrai con ude foglie di basilico nelle scarpe ma la puzza c’era ancora. Forse puzzavano a lei, i piedi. Presi ventinove. Mio padre voleva trenta e s’incazzò con la professoressa. Non potendo permettersi il viaggio a Longano per menarla, se la prese con me e mi rinchiuse nella stalla con il bue e l’asino che mi alitavano addosso. Cominciai a pensare di essere Gesù. Ebbi una crisi mistica e pensai di entrare in Seminario. Lo dissi a mio padre. «E scì – mi rispose – p’ semenà mo t’ mann alla scola! Te l’imparo io co z’ fa» e mi tirò un manrovescio che mi fece urlare come un rancaranca di Mafalda. La tesi? Mi sono laureato con un lavoro dal titolo «Sessano: non è puzza di gassium ma di loffium». Dimostrai che l’alimentazione ricca di legumi provoca l’inquinamento dell’aria. Vinsi il premio Pmip della Società delle Scienze Occulte. Mio padre non si entusiasmò: «Queste schifezze le so fare pure io! disse e sparò una vroccola che fece impallidire tutti. Una puzza di ignoranza inondò l’aula magna dell’università ed io mi sentii come il figlio di Mario Merola nello «Zappatore». Mi inginocchiai per baciare le mani callose di mio padre ma lui mi tirò una scarpata in bocca così forte che mamma si è fatta una collanina con i miei denti. Fu allora che decisi di diventare poeta. * Giovanni Cannata è il Magnifico Rettore dell’Università del Molise posted by TURZO |
06/06/2003 20:36 | commenti
mercoledì, giugno 04, 2003
correvano in piazza e pisciavano dietro il distributore; Castello Caldora li osservava placido come una lattina di Coca-Cola. Orazio era un ragazzo di bottega abbottava le gomme dei camion e ci voleva così tanto fiato che si spezzavano le bretelle. Erano gli anni della guerra, io mangiavo ghiande come i porci. Mio padre, invece, se ne andava al ristorante e mi diceva; "Beato te che sei vegetariano, non morirai mai!" Erano gli anni della guerra ed io già ti amavo. Vivevo di ghiande e d'amore di lappa lappa e radici come un tibetano di Caccavone. Ma, poi, in chiesa, mi fregavo i soldi della questua di San Rocco e l'anima tornava alla terra. ___________________________________________ posted by TURZO |
04/06/2003 12:08 | commenti
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