Rossano Turzo


domenica, aprile 18, 2004
 


25 aprile 1945
Turzo liberato da un albanese

Il 13 aprile 1945, quando il generale Clark ordinò ai partigiani di non fare i fessi, io mi trovavo tra Macchiagodena e Cantalupo ad aggiustare la fenza di uno che voleva metterci le pecore e che mi pagava in natura. La guerra mi aveva ridotto sul lastrico perché quando c'è la guerra i poeti scrivono ma non pubblicano perché chi cazzo se lo compra un libro se da un momento all'altro entra un tedesco o un americano e ti fa saltare le cervella? Con che lo leggi il libro? O anche se ci riesci a leggerlo, con che cosa lo capisci se non ci hai più le cervella? Così i libri non si vendevano in Molise durante la guerra - come adesso - e allora io ero povero perché anche allora facevo il poeta.

A Cantalupo me la passavo così così perché quello che mi faceva aggiustare la fenza mi dava le scamorze e il prosciutto stagionato che sembrava come quello che dovrebbbero avere gli agriturismi. Togliatti disse che i partigiani dovevano conquistare le città perché se no il merito della liberazione se lo prendevano gli americani e poi Andreotti chi lo cacciava più? Così un amico mio, Franco lu Scienziat' (che teneva la faccia che somigliava a Michele Iorio) capì subito l'antifona e si mise a fare il partigiano.

Ma sulle montagne tra Macchiagodena e Frosolone c'era poco da fare il partigiano. Faceva nu cazz d' fridd' - mi raccontò lu Scienziat' qualche anno dopo. E un giorno che lui si fece vedere in giro col fucile per darsi le arie da partigiano così che poi si credeva che lo eleggevano quando arrivava la prima repubblica, i lupi si incazzarono e gli scapparono appresso. A Colle dell'Orso si fece due costatelle d'agnello alla brace e se ne tornò a casa. Ma intanto tutti dicevano che l'unico partigiano molisano aveva salvato la patria, che i tedeschi gli avevano sguinzagliato dietro i pastori tedeschi e così quando si fecero le prime elezioni a Fragnete, Franco lu Scienziat' fu fatto consigliere di minoranza e tutti si scappellarono.

Io, proprio il 24 di aprile mi trovavo da quelle parti e mi ero cotto due funghi che avevo trovato al bivio di Cantalupo sulla brace di legno di sammuco che avevo fatto per scaldarmi le mani. La fenza era fredda. Quei funghi mi fecero male alla panza e tutto il giorno lo passavo dentro una cunetta del rettilineo che va verso San Massimo di fronte al distributore, vicino al passaggio a livello. Mi storcevo le budella e maledicevo quei funghi che mi avevano fatto lo stomaco come a un sacco di iuta. Mentre stavo facendo una di quelle sedute e avevo messo il filo di ferro affianco a me che dopo dovevo continuare ad aggiustare la fenza, arrivò il treno che suonava. E peeee e peee, per paura che mi vedevano mentre stavo lì coi pantaloni calati me ne scappai. Introppicai vicino al filo di ferro e rimasi bloccato con la gamba tra un pezzo di zinco di una barracca che stava là e il ferro filato che tenevo con me.

Non riuscivo a liberarmi e intanto Franco lu Scienziat' andava sparando sulle montagne per fare il partigiano e quelle botte che arrivavano fino in pianura mi mettevano paura. Passai una nottata attaccato a quella lamiera di zinco ma il giorno dopo, il 25, un albanese che passava di là mi vide e mi sputò in faccia. Poi gli feci pena, disse che sembravo un cossovaro e mi liberò. Si chiamava Strango Urrione, somigliava a Paglione e teneva i parenti a Ururi. Io lo abbracciai forte e lo mandai a fare in culo. E da quel giorno ogni 25 aprile festeggio la liberazione.

Rossano Turzo
Quando incontrai Dio a Cantalupo, 1983





posted by TURZO | 18/04/2004 18:55 | commenti (13)


giovedì, aprile 15, 2004
 

L'ascesa a monte Cacato
(La Pasqua di Turzo)

A Pasqua, mio padre l’uovo me lo dava sodo. Mia madre lo cuoceva alle sei di mattina, mio padre lo tingeva col carbone così che sembrasse di cioccolata. Era come quelli Kinder: nero fuori e bianco dentro, il tuorlo faceva la figura del coso giallo di plastica che ci sta dentro la sorpresa. Io me lo mangiavo che mi dava l’energia. I vicini di casa facevano la frittata di Pasqua con i funghi e le salsicce. Arrivava il profumo e io maledivo la miseria.

Poi andavo in chiesa a fare il chierichetto. Il prete scioglieva le campane che per due o tre giorni le aveva tenute attaccate. E si suonava soltanto la raganella che era una tavola con sopra altre due tavole appiccicate che tu le muovevi e faceva il rumore delle nacchere.

Il giorno dopo mi divertivo molto. A Pasquetta tutto il paese andava a fare la scampagnata. Mio padre bestemmiava: «Ma nu già ci stem’ in campagna. Addò cazz’ ema ì?» Però, poi, si caricava tutto sulle spalle e si partiva per Monte Cacato con tutti i parenti. Lì incontravamo tutti quelli che del paese. Ognuno lasciava il cane di guardia perché c’era qualche furbo che si andava a fregare le galline approfittando del pik-nik. I cani rimanevano soli tutto il giorno e quando si tornava a casa erano incazzati come le bestie.

Quel giorno tutti si ubriacavano e toccavano il culo alle mogli degli altri. Mio padre faceva il zozzo con la cugina di mamma, zia Pasquetta: «Vieni qua – diceva – che ti faccio gli auguri!» Ma mia zia non voleva: «Tocca l’onomastico di soreta!» rispondeva. Mamma, a seconda di come stava, lo guardava con amore oppure gli tirava in testa una lena che seriva per la brace dell’arrosto. Una volta gliela tirò così forte che gli spaccò la testa. Cominciò ad uscire tanto di quel sangue che mio zio lo raccoglieva per fare il sanguinaccio. Io mi misi a piangere. «Ma perché piangi – mi disse – pensi che tuo padre non sia un porco anche lui?»

Mio padre non riprendeva i sensi. Così andarono a chiamare il medico che stava sbracato sotto un albero. Si era fatto come una seccia austriaca, puzzava di vino di cantina come un sorcio croato. E dai piedi veniva una puzza di formaggio di pastori. Quando arrivò, guardò mio padre e disse: «È morto!» Io cominciai a correre e a piangere come chi vede il mare per la prima volta. Correvo, correvo. Quando tornai indietro trovai tutti che pregavano e mio padre che si croccava un bicchiere di vino. Mio zio disse: «Es, lu vì pat! E chi lu accid’». Corsi da lui e lo abbracciai. Lui mi scanzò e fece un rutto. Io so cos’è la resurrezione. Ecco perché mi piace Pasqua.



posted by TURZO | 15/04/2004 22:37 | commenti (3)


lunedì, aprile 12, 2004
 

 

AUGURI



posted by TURZO | 12/04/2004 11:27 | commenti


mercoledì, aprile 07, 2004
 

 

Il Chiglione dorme come un porco

...Mi capitò di dormire nella camera del chiglione a Riccione. eravamo ancdati con la corriera del Comune che ci voleva portare là tutti quanti alle terme. ci misero dentro una pensione che il Chiglione faceva il buffone che diceva che lui quando andava in giro con l'assessore andava dentro gli alberghi migliori e che dentro quella pensincina si adattava ma non ci stava bene. Io pensavo a quando mi mangiavo le cicerchie e quello che mi davano a riccione mi faceva sentire felice come un uovo di Pasqua col fiocco. Il Chiglione disse che l'assessore aveva messo dentro all'uovo di Pasqua della figlia un paio di orecchini ma la figlia glieli aveva sbattuti in faccia perché aveva detto che erano troppo classici e lei voleva le cose giovani. L'assessore c'era rimasto male ma poi Giunchina, un'immpiegata della regione, l'aveva rimesso a posto e stava un po' meglio. La figlia dell'assessore teneva le oerecchie con tre buchi e all'assessore non piaceva. Il chiglione diceva che a Riccione le femmine tenevano le orecchie come la figlia dell'assessore perché quella uagliola era alla moda. Quando ci addormentammo sentivo il Chiglione che russava come un mantice di un organetto. Teneva i polmoni guasti e una trippa che gli pesava addosso e lo schiattava. Si autoschiattava, tanto era ippopotamo. Gli dissi che sotto, all'entrata dell'albergo, ci stava una a pagamento. Non era vero. Ma lui si alzò e si mise alla ricerca. Così me lo tolsi dai coglioni per tutta la notte e mi addormentai...

Rossano Turzo
Il Chiglione, 1998


posted by TURZO | 07/04/2004 06:41 | commenti (1)