| Rossano Turzo |
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domenica, maggio 23, 2004
Il 1949 fu un anno particolarmente impegnativo per me. Fu l’anno in cui venne istituita la Nato, la Germania fu divisa in due e fu proclamata la Reubblica Popolare Cinese con a capo Mao Tse-Tung. Io mi candidati sindaco a Petrella Tifernina con la lista «Zitt’ e ietta lu sangh!» Nel comizio di chiusura della campagna elettorale, annunciai la volontà di un ritorno alla vita semplice e con meno comfort per tutto il paese, perché ero contro la globalizzazione. Cosimo Ruzzone, un signore che fin lì mi aveva sostenuto, mi schiarò il manico del bidente sul naso e il giorno dopo mi appicciò la lambretta. Io volevo parlare di democrazia. Lui mi disse: «Guarda che tra Turzo e Sturzo ci passa una esse grossa come a Santantonio!» Nessuno comprese la mia proposta politica e presi zero voti. Zero voti: non ci potevo pensare. La cosa mi insospettì e dubitai persino di me stesso. «Rossano – mi dicevo – ma ti sei votato?» Mi voltai immediatamente e pensai ai brogli, come quelli della fenza quando s’impiccia. Decisi di far ricorso al Tap (Tribunale Amministrativo di Petrella) e combinai un casino. Dovettero conteggiare nuovamente tutte le schede. E tutti a smadonnare contro di me. I miei avvocati erano Ennio Colalillo e Umberto Mazzocco che in quella occasione si scambiarono i nomi per dimostrare che c’era stata qualche confusione. Il Tap aveva dato la sospensiva e a quei tempi la sospensiva era una cosa seria. Il mio avversario, neo-eletto sindaco, fu sospeso alle campane e lì rimase per tutto il procedimento di giudizio del mio ricorso. Dopo venti giorni di lavoro sulle schede elettorali, venne rinvenuta la mia. C’era la croce sul mio nome e, accanto, una poesia che io non ricordavo. L’avevo scritta per FilomenaChinanzina, una contadina di Macchiagodena di cui mi ero invaghito. Il presidente di seggio, Ugo Faci Hambress, aveva fatto bene, dunque, a ritenerla nulla. I miei avvocati si incazzarono con me per la figuraccia. Colalillo mi dette una panzata sullo stomaco che respirai dopo due giorni. Mazzocco mi pizzicò sotto le ascelle. E non finì lì. Quando fecero scendere il sindaco dal campanile, perché la sospensiva non aveva più validità, questi mi fece acchiappare dal vice sindaco, Raguso lo spaccalena, e mi spaccò le unghie dei piedi con la vanga del segretario comunale di allora, Pasquale Urzone. Mi mandarono in esilio a Palata. E lì vi lascio immaginare come mi accolsero! Da allora non ho più tentato di candidarmi, nonostante lo stimolo continuo di mio padre: «Se non ti metti in miezzo chiss du lu Comun’ non c’ mittono manco na lampadina innianz’ a la casa». Per evitare liti in famiglia, comprai con i miei soldi un lampione e lo sistemai davanti casa. Lo collegai alla rete pubblica e lo accesi. Mio padre era tutto contento: «Tu sci che putiv fa’ lu sinnaco!». Dopo due giorni mi arrestarono per furto di energia elettrica. Nel carcere di Campobasso mi sistemarono in cella con quattro mafiosi: un capo, un vice, un cassiere e un segretario. Appena mi videro entrare si riunirono e decisero di farmi come la carne di porco prima di diventare salsiccia. Dicevano che la mia faccia era antipatica, che sembravo un vraggone. Poi mi offrirono una possibilità di salvezza. Dovevo, però, obbedire alle loro richieste: dovevo candidarmi sindaco a Petrella Tifernina perché lì era stato mandato in confino un loro compare. Dovevo diventare sindaco e fare in modo che la permanenza del loro amico a Petrella fosse la più confortevole possibile. Avrebbero pensato loro a tutto: alla raccolta delle firme, alla campagna elettorale e al nome della lista. Doveva chiamarsi «Zompa, zompa, che pu’ t’ facem’ zumpà nu!» Rimasi un po’ imbarazzato alla richiesta. Loro non sapevano della mia passata esperienza di candidato a Petrella. Volevo raccontargliela ma, appena dissi «Sentite…», il vice mi ammollò un occhio con una gomitata e il cassiere mi sputò nell’altro. Avevano già preparato le budella per insaccarmi quando la fortuna venne in mio aiuto. La porta della cella si aprì e un secondino mi tirò una manganellata in bocca. «Per te è finita – disse, vieni con noi! Volevo farmi il segno della croce ma «Tieni giù le mani – disse il terzino, quell’altro – e seguici!» e mi tirò una ginocchiata allo stomaco che mi passò l’ulcera. Quando arrivai nel suo ufficio, il direttore del carcere mi prese a male parole. Mi disse che avevo vinto un concorso da bidello a Santa Croce di Magliano e che me ne dovevo andare subito. Volevo tornare in cella a prendere le mie cose: un mazzaforro di Jelsi che usavo come portafortuna e una boccetta di acqua del lago di Occhito che era il mio dopobarba. Ci ripensai e lasciai tutto ai miei compagni di cella. Partii senza rimpianti. Quando arrivai a Santa Croce di Magliano, cercai subito la scuola per iniziare la mia carriera di bidello. Ma quando vidi la faccia del preside me ne scappai in Argentina e da allora non sono più tornato fino al 1999. Rossano Turzo posted by TURZO |
23/05/2004 06:40 | commenti (7)
sabato, maggio 08, 2004
...Ce la fece anche lui. Si laureò in giurisprudenza all'Università di Carunchio. Le malelingue dissero che era stato l'assessore ad aiutarlo e lui non smentì perché a lui faceva più piacere che dicessero che l'assessore era un suo amico piuttosto che si spargesse la voce che era un raccomandato. Quando faceva le cause al tribunale di Isernia tutti lo andavano a vedere perché appoggiava le carte sul tuo trippozzo da cafone molisano e parlava a schiovere. Era brutto vermante. si metteva la toga anche quando non ce n'era bisogno e ogni tanto mi faceva tenerezza. Ruzzone mi diceva sempre: "ti deve fare tenerezza chi vuole e non può non chi può e non vuole". Intendeva dire che l'ignoranza del chiglione era un'ignoranza dovuta alla pigrizia e non alle scarse possibilità perché ora in Molise non è più come ai miei tempi che per trovar eun libro dovevi andare a fregare il vangelo al prete. Oggi i libri te li tirano appresso. Ruzzone diceva che il chiglione faceva schifo anche con la laurea e chi gliel'aveva data si doveva vergognare. Quando usciva dal tribunale e aveva finito una causa il chiglione invitava tutti al bar del tribunale e offriva lui perché era contento. perciò mi faceva tenerezza. ordinava l'aperitivo per tutti e poi acchiappava l'oliva con le mani, si metteva lo stecchino in mezzo ai denti e cominciava a fare zzz zzz zzz con le labbra. Poi faceva il primo sorso e diceva "Aaaahhhhh quant'è buono...." Rossano Turzo posted by TURZO |
08/05/2004 17:56 | commenti (2)
domenica, maggio 02, 2004
Rossano Turzo posted by TURZO |
02/05/2004 07:15 | commenti (1)
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